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Pippa Bacca, la femminilità attraverso l’arte, la morte e la vita

Poche figure hanno avuto il destino di incarnare i propri ideali nella vita come nella morte. Una di queste è sicuramente Pippa Bacca, artista dalla visione profonda e geniale, capace di esprimere attraverso gesti e immagini il concetto di femminilità e mutazione, e della femminilità come mutazione.

Nata come Giuseppina Pasqualino di Marineo nel 1974, ispirata dallo zio materno Piero Manzoni, Pippa decide di intraprendere la strada dell’arte performativa sin da giovanissima, facendosi notare già nel 1997, con il suo Manifesto-scherzo per la prima del teatro alla Scala. Da allora colleziona instancabilmente partecipazioni, mostre ed esposizioni personali e collettive, creandosi un curriculum notevole in poco più di dieci anni di attività.

Dicevo in apertura che alcuni artisti finiscono con l’incarnare i propri ideali anche nella morte. E in effetti, i temi ricorrenti della sua arte sono la trasformazione e la femminilità: motivi per i quali Pippa è un simbolo, sia per la sua attività di artista, sia per il modo in cui venne barbaramente uccisa durante una delle sue performance più significative.

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Mutamento e trasformazione nell’arte di Pippa Bacca

Osservare Bacca all’opera corrisponde a ritrovarsi travolti da una spirale di cambiamento e rinnovamenti, siano essi naturali o artificiali. Ed è interessante notare come spesso l’artista si allacci anche alla visione di chi l’ha preceduta: le idee e le ispirazioni dietro ogni concept sono raccontate con i versi di poesie e canzoni, e riprese nella sua personalissima maniera di vedere oltre il reale.

Ne “La luna nel pozzo”, del 2002, l’artista replica le fasi del ciclo lunare in quattordici opere, veicolando in un’immagine così essenziale un gran numero di significati. Da sempre la luna è associata al concetto di femminilità: il ciclo lunare e quello mestruale sembrano sovrapporsi in maniera naturale. Ma questa femminilità che si rinnova, così mutevole e luminosa, si accosta anche all’idea di mistero e di buio rappresentata dal pozzo, ulteriore richiamo al corpo femminile.

Surgical Mutations, l’apparenza è specchio del reale?

Mutazione chirurgica: questa è davvero una foglia di ginko?

A questi mutamenti naturali si affiancano anche quelli realizzati artificialmente, forzati e di facciata, che vengono espressi nella sua esposizione più famosa: “Surgical Mutations”, del 2014. Pippa raccoglie una serie di foglie, 20 in totale, e, con l’utilizzo delle forbici, le modella per dar loro la forma delle foglie di altri alberi. Niente più trasformazione ciclica: le forbici impongono un mutamento dal quale non si torna indietro, per un risultato che inganna l’occhio ma costringe a riflettere. La foglia appare ma non è, eppure è pur sempre una foglia, fatta di membrane e linfa. Verrebbe da chiedersi: cosa è sostanza e cosa invece è involucro? La foglia mutata è vera o solo imitazione? Quanto è semplice ingannare l’occhio e costringere la mente a ragionare su verità e percezione?

Lo stesso tema viene rielaborato in maniera più leggera “E io che me la portai al fiume”, una mostra collettiva realizzata insieme a Laura Patacchia e Antonella Zazzera. In questo caso sono le fotografie di amici e conoscenze incontrati durante i suoi viaggi a diventare i protagonisti nell’immaginazione di Bacca. I visi vengono ritagliati per trasformarsi in mezzi di trasporto, quelli sui quali Bacca e i protagonisti delle opere avevano viaggiato insieme.

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Sposa in viaggio, un progetto finito troppo presto

Perché la donna non è cielo, è terra

carne di terra che non vuole guerra:

è questa terra, che io fui seminato,

vita ho vissuto che dentro ho piantato,

qui cerco il caldo che il cuore ci sente,

la lunga notte che divento niente.

(Quarta strofa della “Ballata delle donne” di Edoardo Sanguineti, utilizzata da Pippa per spiegare il senso del progetto)

Non è semplice riassumere in poche righe quello che quest’opera incompiuta ha rappresentato per Pippa, per il mondo dell’arte e per le donne in un contesto sociale che sempre più attenzione dedica ai crimini di genere.

L’idea dietro “Sposa in viaggio” era quella di un docuracconto: poco più di un mese per attraversare in autostop undici paesi martoriati dalla guerra raccontando, attraverso rituali e fotografie, la forza intrinseca del genere femminile e le sue battaglie per portare nel mondo armonia, rappresentate da un abito nuziale che nel viaggio si sporca e si consuma. Un’avventura condivisa con l’artista Silvia Moro: entrambe in abito da sposa partirono da Milano l’8 marzo 2008 per raggiungere Gerusalemme. I paesi da attraversare sarebbero stati Slovenia, Croazia, Bosnia, Bulgaria, Turchia, Siria, Libano, Giordania e Israele, ma il viaggio si interruppe tragicamente a Istanbul, dove Pippa scomparve il 31 marzo 2008. Il suo corpo venne ritrovato l’11 aprile successivo a Gebze: era stata stuprata e uccisa.

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Un viaggio intriso di simbolismo

Della guerra sono stanca ormai

al lavoro di un tempo tornerei

a un vestito da sposa o a qualcosa di bianco

per nascondere questa mia vocazione al trionfo ed al pianto.

(Strofa della canzone “Giovanna D’Arco”, di Fabrizio de André, inserita come presentazione del progetto sul comunicato stampa ufficiale)

Il design dell’abito da sposa fu concepito dal direttore artistico di Byblos, Manuel Facchini. Ogni singolo dettaglio dell’abito – o del costume di scena se vogliamo – era intriso di simboli. Le scarpe bianche col tacco rappresentavano la femminilità, ma anche il dolore di cui è cosparso il cammino di ogni donna, essendo scomode da portare. La gonna a forma di giglio era simbolo di purezza e innocenza ed era composta da undici strati, tanti quanti i paesi da visitare. Persino il copricapo – che era a volte un velo, a una cuffietta fatta all’uncinetto – cambiava da luogo a luogo, per rispettare tradizioni e usanze dei posti attraversati. La mantella veniva utilizzata come asciugamano per la pratica della lavanda dei piedi, effettuata sulle ostetriche delle città in cui le due spose si fermavano.

Lavaggio degli abiti con la liscivia.

Non solo: ben consapevole che l’abito si sarebbe sporcato, nel progetto era previsto il lavaggio dello stesso con la liscivia, antico detersivo fatto in casa, a base di acqua e cenere, e utilizzato per secoli dalle donne del passato. In questo modo il vestito sarebbe stato ripulito, ma anche logorato dal tempo e dai lavaggi.

Prima di partire, Pippa inviò una mail a tutti i suoi amici chiedendo loro di collaborare al progetto in maniera particolare: donare qualcosa di significativo – lettere mai spedite, un articolo di giornale interessante, una vecchia maglietta – alle due artiste, che avrebbero poi bruciato i “regali” e utilizzato la cenere per realizzare la liscivia.

Un simbolo di femminilità che ha ispirato molti

La tragica morte di Pippa scosse profondamente l’Europa a suo tempo. I media in tutto il continente espressero solidarietà e il governo turco si impegnò attivamente perché il responsabile dell’omicidio, che dichiarò di non essere pentito del suo gesto, fosse consegnato alla giustizia. Inevitabilmente Pippa divenne un simbolo, nella vita come nella morte, della battaglia continua che le donne portano avanti da secoli. La sua figura continua ancora oggi a ispirare.

Il regista Joël Curtz realizzò nel 2012 il documentario “La Mariée” (La Sposa), recuperando gli archivi video realizzati durante il viaggio. Anche artisti della scena pop ne sono stati colpiti: il videoclip della canzone “E se poi”, di Malika Ayane, è palesemente ispirato a “La sposa in viaggio”. E, quasi un anno fa, il regista Simone Manetti ha realizzato il documentario “Sono innamorato di Pippa Bacca”, uscito l’8 marzo 2020, a esattamente 12 anni dalla partenza da Milano di Bacca e Moro.

Cosa ne pensate? Conoscevate già questa artista o vi ho ispirato con questo mio piccolo resoconto sulla sua vita? Venite a parlarne con me in boutique!

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