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​Wong Kar-Wai e l’eleganza del raccontare, ecco perché è un regista da riscoprire

wong kar-wai cinema
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C’è chi lo ha definito il più occidentale dei registi asiatici. Almeno quando si parla di quella new wave che tanto ha portato alla ribalta il modo di fare cinema tipico dell’Estremo Oriente, quello intriso di delicatezza e pudore, dove è soprattutto il non detto a parlare e veicolare emozioni come fotogrammi.

Wong Kar-Wai, cineasta di origini cinesi adottato e formatosi a Hong Kong, è questo e molto altro: incarnazione di quell’arte del raccontare leggera e onirica, alla Murakami per intenderci, non poteva non lasciare un segno nel cinema d’autore contemporaneo.

​Da Shanghai a Hong Kong, fino alla conquista dei teatri occidentali

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In un certo senso è il cinema ad averlo inseguito, prima a Hong Kong – città in cui è emigrato da piccolissimo, all’inizio degli anni ‘60, e dove trascorreva lunghi pomeriggi a guardare film con sua madre – poi nel suo percorso di studi. Il suo esordio è avvenuto un po’ in sordina, all’inizio come sceneggiatore, poi con un’opera prima realizzata quando aveva già 32 anni, che gli valse ben nove nomination agli Hong Kong Film Awards.

Parliamo di As tears go by, un gangster movie che strizzava l’occhio a Scorsese e che lo portò all’improvviso sotto i riflettori. Un po’ come accade spesso a tutti quelli che si affannano a lungo a percorrere strade non modellate per loro: d’improvviso scoprono una direzione che è propria e la assecondano lasciandosi guidare da uno sguardo che è già maturo e reso saggio dall’esperienza di vita.

Tuttavia, ci sarebbe voluto ancora qualche anno perché il mondo occidentale si accorgesse finalmente di lui, riconoscendogli un posto di rilievo tra i grandi nomi della new wave asiatica. E, lasciatemelo dire, è questo uno dei casi in cui il risultato val bene l’attesa.

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​Wong Kar-Wai e la delicatezza claustrofobica della condizione moderna

Il modo di raccontare di Wong Kar-Wai, come dicevo in apertura, è soprattutto leggero, ma ciò non vuol dire che nelle sue opere non ci sia spazio per ritmi frenetici e atmosfere claustrofobiche.

Forse è quell’anima melò che pulsa in ogni opera, forse è il suo utilizzare il tempo atmosferico come specchio del tempo stesso che passa. O forse è il modo in cui la luce dona spessore ed esacerba le ombre a cui si contrappone, apre nuovi orizzonti o soffoca ogni cosa in un asfittico bagliore al neon. La ritualità quasi clinica dei gesti, i dialoghi respirati e intimi dei protagonisti si contrappongono alla spinta motrice dell’esterno, che su di essi si riflette sotto forma di nevrosi. E in effetti, seppure guidati da una delicatezza di fondo, non è insolito percepire una sorta di convulsione martellante, espressa attraverso musiche e inquadrature larghe, che spinge e serra i ritmi di ogni pellicola.

wong kar wai

Il modo di raccontare di Wong Kar-Wai non segue i dettami di una storia fruibile e lineare: i suoi film non sono per tutti, sebbene raccontino l’esperienza umana nelle sue sfumature più universali. Ma, se si è disposti a lasciarsi trasportare, è davvero godibile il modo in cui l’intreccio costante tra il fluire degli eventi messi in scena e le tematiche ricorrenti tipiche del regista si interlaccino in un disegno più ampio. A una visione d’insieme, la sua intera produzione appare come una sorta di arazzo, del quale i singoli film costituiscono gli episodi mentre i fili di ordito e trama ne ricamano le atmosfere e i ricorsi.

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​Paralleli e ricorsi nelle opere di Wong Kar-Wai

Una volta compreso questo, diventa evidente il modo in cui film diversi possano essere considerati, in un certo senso, gemelli, ognuno con la sua storia personale, certo, ma inevitabilmente legati l’uno all’altro.

È il caso di Happy Together, acclamata pellicola del 1997, senza la quale non avremmo avuto In the Mood for Love tre anni dopo. E questo nonostante le ambientazioni e le atmosfere siano differenti. Ma ancora più evidente è nel parallelo tra lo stesso In the Mood for Love e il visionario 2046, dove ritroviamo il nome della stessa donna perduta a fare da continuo in quello che è ipoteticamente lo stesso universo narrativo. Non è un caso, infatti, se in 2046 il futuro diventa passato e l’avvenire immaginario della onnipresente Hong Kong la vede tornare ufficialmente in territorio cinese, in un continuo rispecchiarsi tra il destino dei protagonisti e quello del mondo da essi abitato.

Perché, più di ogni cosa, il cinema di Wong Kar-Wai ci mette costantemente di fronte alla perdita, ma lo fa in un’ottica di evoluzione. Il dolore e la sua elaborazione sono intrinsecamente legati alla necessità di lasciarsi ciò che è stato alle spalle, con la consapevolezza di fondo che il tempo è un carosello in cui ogni giostra non fa che girare e tornare su se stessa.

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