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​Luigi Ghirri, il maestro del paesaggio figlio di un’Emilia di altri tempi

luigi ghirri fotografia
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Torno a parlare di fotografia, una delle mie arti preferite, stavolta giocando in casa con un caposaldo dell’espressione fotografica italiana: Luigi Ghirri, maestro dello scenario e del paesaggio, figlio di un dopoguerra dal quale ha saputo trarre e rappresentare bellezza e innovazione.

​Luigi Ghirri, l’infanzia in Emilia e i primi passi nel mondo della fotografia

luigi ghirri fotografo

La produzione di Luigi Ghirri, concentratasi tra il 1969 e la fine degli anni ‘80, è sorprendentemente vasta. Di lui possediamo un archivio impressionante di foto – oltre 150 mila – un numero notevole soprattutto se comparato alla sua brevissima vita: un infarto lo stroncò nel 1992, a soli 49 anni. Di lui ci resta un’eredità di straordinaria bellezza su pellicola e una fondazione a suo nome che la tutela e diffonde.

Sin da piccolo fu attratto dalla dimensione visiva delle cose, forse a causa della sua infanzia trascorsa nella campagna emiliana e le sue prospettive che tanto stimolano a figurarsi possibilità infinite, o forse per l’influenza dei cinema itineranti, passatempo di provincia di un periodo che ormai suona come leggenda e che certo lo ispirò nel dedicare la sua vita proprio alla ricerca delle immagini.

Fatto sta che, nei primissimi anni ‘60, si stabilì a Modena, dove divorò tutti i libri di fotografia che gli capitarono tra le mani nel tempo libero, al di là del suo “vero” lavoro che all’epoca era quello di dipendente di un’agenzia immobiliare.

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Kodachrome, un successo di pubblico e critica

Alcune volte, si sa, la tenacia paga davvero, e di fatto il giovane Ghirri si cimentava con la fotografia senza mai demordere nonostante fosse, perdonatemi il termine, povero in canna. Pur di realizzare il suo progetto, fondò egli stesso una casa editoriale attraverso la quale pubblicò, nel 1974, il suo primo volume: Kodachrome.

Fu un’esplosione: la critica rimase colpita e cominciò a interessarsi a lui, insieme ad altre personalità di spicco come Lucio Dalla e il maestro della fotografia Franco Fontana. Un successo che lo rese noto in tutto il mondo, sebbene Ghirri restò sempre e comunque ancorato alle sue radici.

Infatti, nonostante le trasferte che lo portarono a immortalare luoghi storici noti in tutto il mondo, non smise mai di cercare la strada di casa, reclamando a gran voce il suo diritto di vivere e lavorare in Italia, in particolare nella sua Emilia. E il lascito di questo legame così profondo con la sua terra è evidente anche nei suoi lavori.

​Luigi Ghirri, maestro del paesaggio

Partiamo col dire che Luigi Ghirri fu soprattutto un fotografo paesaggista, da molti considerato il vero maestro del paesaggio italiano, che si riappropriò soprattutto del diritto di fotografare a colori in un’epoca in cui il colore era relegato solo agli scatti da cartolina, commerciali chincaglierie fotografiche da turismo di massa.

Di lui si è detto che fosse un surrealista, un concettualista, un fotografo distratto la cui attenzione veniva volta per volta catturata da scorci differenti, in una costante deriva dei temi rappresentati. Ma non per questo bisogna considerarlo sconclusionato, anzi, c’è un filo comune che rende ogni suo scatto riconoscibile a colpo d’occhio.

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​L’assenza dell’elemento umano e la ricerca dell’essenziale

luigi ghirri paesaggi

In primo luogo, è costante nei suoi lavori l’assenza dell’elemento umano, o quantomeno della sua espressività. Il suo occhio andava a caccia di paesaggi, fossero essi urbani o naturali, e, laddove era impossibile non includere nello scorcio anche delle persone, aveva la straordinaria capacità di coglierle nel momento in cui erano meno coinvolte, quasi a renderle degli automi inespressivi il cui unico merito era quello di non disturbare la complessa grandiosità degli scenari naturali o delle architetture che catturavano il suo profondo interesse.

In tal senso, Ghirri era un minimalista, un ricercatore della semplicità nelle forme e nei colori – che, da sfumature inizialmente pop, mutarono col tempo e l’esperienza fino a ridursi a ricercate tinte pastello, dominate dall’azzurro e dalle nuance neutre – come se proprio nello spogliarsi del superfluo risiedesse l’anima delle cose. Non c’è da stupirsi, quindi, dell’assenza di personaggi nei suoi scenari: troppo complessa la natura umana e le sue sfumature, troppo disturbante per un’anima così affascinata dall’essenziale.

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​I non-luoghi come espressione più autentica del vissuto

Da qui si arriva a una delle caratteristiche peculiari della sua produzione: la rappresentazione dei non-luoghi, quegli scorci all’apparenza invisibili, angoli di strade che a molti parrebbero banali ma che costituiscono l’espressione più autentica dell’architettura o della natura stessa.

Una fascinazione comprensibile per un uomo cresciuto al margine, in un paesino dove la sterminata Pianura Padana incontra i primi clivi dell’Appennino, un’alcova che è essa stessa tracciato di frontiera, non-luogo per eccellenza.

Un vero peccato che la sua strada si sia interrotta così presto e così inaspettatamente. Mi meraviglia anche solo immaginare quanti altri lavori avrebbe potuto lasciarci, quante altre ermetiche poesie su carta avremmo potuto apprezzare. Ma direi che almeno abbiamo tanto materiale da cui lasciarci ogni volta sorprendere nello scoprire nuovi dettagli e significati. E direi che, per un uomo che ha fatto dell’essenzialità la sua bandiera, vale davvero tanto.

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