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​Il femminismo e le femministe, perché nel 2022 ne abbiamo ancora bisogno

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È il momento di dedicarmi a un argomento che mi sta molto a cuore, e dai cui valori mi sono lasciata guidare e ispirare nel corso della mia vita: il femminismo e le femministe, e il modo in cui hanno modellato la nostra società negli ultimi due secoli.

Donne come le suffragette, Gloria Steinem, la giudice Ginsburg, la divina Marlene Dietrich e la decisa Eleanor Roosevelt, Malala Yousafzai e la nostra Franca Rame, persino icone della cultura pop come Madonna e la Principessa Leila sono, insieme a decine di altre donne, esempi ai quali rifarsi ancora oggi per la realizzazione di una società più giusta ed equa.

In questo articolo vorrei approfondire l’argomento femminismo, per quanto possibile entro i limiti di un semplice blog, e cosa ha rappresentato per la storia e per me stessa.

​Perché nasce il femminismo: la necessità di una società uguale

Una distinzione radicata sin dagli albori della storia: uomini e donne, Marte e Venere, dualismo consolidato da una bilancia sociale che per millenni ha peso decisamente in favore dei primi, investiti di ogni potere nello scrivere la storia della collettività e delle sue leggi.

Per molti uomini, le donne sono state a lungo esseri misteriosi: celebrate quanto disprezzate, amate ma solo se degne, schiave di cicli e stagioni da molti non ben compresi e spesso considerati marchio di impurità. Se i poeti le veneravano come incarnazioni di bellezza e amore, i mariti le rinchiudevano tra le sbarre di rigidi controlli morali; laddove veniva loro riconosciuto il dono eccezionale di portare vita nel mondo, quello stesso dono le confinava entro ruoli prestabiliti, al di fuori dei quali non sarebbero state reputate meritevoli di attenzione né di realizzazione.

Insomma, le donne erano viste come tante cose, ma sempre come altro.

Quello che a lungo è mancato è l’uguaglianza, l’essere pari, l’essere semplicemente umane, con tutto ciò che questo comporta.

Il femminismo è nato proprio per questo: portare a una parità dei sessi – non alla superiorità di un genere sull’altro – dove ogni individuo vede riconosciuti i propri diritti in quanto essere umano, indipendentemente dalle caratteristiche biologiche. Dove ognuno è uguale e non c’è segregazione all’interno di ruoli prestabiliti da concezioni antiquate e, ormai lo sappiamo, affatto giustificate scientificamente.

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​Gli albori del femminismo

Il sentore che nel rigido sistema maschilista delle società patriarcali ci fosse qualcosa di sbagliato si faceva già notare nel XIX secolo. Le prime protofemministe, oserei dire, erano infatti scrittrici ancora oggi molto note: Virginia Woolf e Simone de Beauvoir in primo luogo.

Ma, se le due autrici ne parlavano in termini quasi astratti, riconoscendo una radice al problema e mostrandola al grande pubblico, fu nel secondo dopoguerra che la questione patriarcato si fece sentire in maniera assordante, portando all’inizio di una battaglia sociale che perdura ancora oggi.

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​La condizione della donna nel secondo dopoguerra e le prime battaglie femministe

La prime donne a battersi per la parità di diritti portarono a un cambiamento epocale nel corso dei due primi conflitti mondiali: alle femmine fu concesso di lavorare – anche a causa dell’assottigliamento della forza lavoro, dato il numero di uomini inviati al fronte – e persino servire la patria occupandosi dei feriti. Un progresso che, però, durò relativamente poco, data l’inversione di rotta che si verificò al rientro dalla guerra.

Portavoce del grande disagio della condizione femminile negli anni ‘50 e ‘60 fu Betty Friedan, che intervistò e interrogò molte donne istruite – alcune delle quali avevano servito al fronte – poi riconfinate nello stereotipo culturale del tempo: quello della donna che si realizza soltanto attraverso la cura del marito, della casa e dei figli.

Gran parte di queste donne, che dopo gli studi universitari finivano comunque a preparare pasti e rassettare, si sentivano spesso invisibili o vuote. Andavano così alla ricerca di una pienezza della quale faticavano esse stesse a comprendere la forma, spendendosi invano nella scelta di nuovo mobilio, nuovi abiti o magari un nuovo uomo che le facesse sentire più appagate.

Il problema era evidente: la donna come individuo completo, sfaccettato, intelligente e colto necessitava di una realizzazione che fosse altrettanto concreta e tangibile e che, nonostante lo stringente stereotipo socioculturale, non trovava appagamento nel sogno borghese della villetta con giardino.

Così, accanto alle proteste contro l’oppressione razziale e il conflitto nel Sud Est asiatico, insieme alla lotta per la liberazione sessuale, i decenni successivi alla grande guerra videro una rinascita del movimento femminista, una presa di posizione radicale che coinvolse diversi gruppi e minoranze. In prima linea presero posto molte attiviste, i cui sforzi si affiancarono alle lotte sociali destinate a cambiare la storia che tanto raccontano ciò che furono gli anni ‘60 e ‘70 dal punto di vista culturale.

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​Il femminismo radicale degli anni ‘60 e ‘70: un’epoca che ha fatto la storia

femminismo radicale anni 60 70

Il punto di partenza per un’emancipazione che fosse reale, e non soltanto un ideale cui tendere nelle giornate passate tra le mura di casa – quella stanza tutta per sé che pure era foriera di una indipendenza di pensiero reclamata a gran voce – era l’eliminazione dei ruoli di genere imposti da una società fondata e cresciuta in nome del patriarcato.

Forte di un condizionamento culturale duro a morire, stabilito in secoli di morale condivisa e spesso giustificata da da dogmi e testi sacri, il patriarcato aveva perpetrato una cultura di oppressione nei confronti delle donne che non si limitava al semplice confinamento tra le mura domestiche.

Esisteva all’epoca una vera e propria cultura dello stupro, una generale considerazione delle donne come esseri inferiori in termini di intelligenza, arguzia e forza di volontà. Nei casi peggiori, queste venivano trattate come mera merce di proprietà di un padre, un fratello o un marito.

Era necessario rompere barriere consolidate da secoli di storia, compito che richiedeva un’azione drastica, in grado di scardinare un sistema fin troppo radicato nella forma mentis delle persone, incluse le donne. Soprattutto le donne.

Il femminismo della cosiddetta seconda ondata fu un movimento devastante, ricco di sfaccettature – si parlò di femminismo materialista, di cyberfemminismo, di radicalesbiche e di tante varianti nazionali – che intaccò le fondamenta stesse di una società incancrenita, spianando la strada a tutto ciò che è accaduto dopo e sta ancora accadendo.

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​Perché è ancora necessario combattere per la parità

Nel 1984, Sally Ride salì agli onori della cronaca come prima donna americana ad essere inviata nello spazio. L’evento è ricordato anche per uno sfortunato aneddoto: prima della partenza, i colleghi ingegneri della NASA le chiesero di quanti tamponi avrebbe avuto bisogno per i suoi due giorni in orbita, e se cento fosse il numero giusto. Con una riposta tra lo sconsolato e il sarcastico, la Ride replicò che no, cento tamponi non era il numero giusto.

Un episodio che condensa, in un certo senso, il pensiero comune riguardo le donne all’epoca: la battaglia per l’uguaglianza proseguiva e tanti diritti venivano concessi, ma di fondo c’era ancora un divario incolmabile tra i due sessi. Le donne lavoravano, sì, ma era una gentile concessione dettata dalla necessità. Si appropriavano di campi tipicamente maschili, come la scienza stessa, ma chi lo faceva era comunque vista come una pioniera, una rarità, l’eccezione alla regola.

Soprattutto, gli uomini reputavano ancora le proprie compagne degli esseri diversi: anche un evento naturale come il ciclo mestruale era ancora un tabu, e il fatto che i protagonisti dell’aneddoto fossero uomini dall’educazione post universitaria, e non sempliciotti dalla mentalità retrograda, fa riflettere su quanto questa cultura del non detto fosse ancora radicata.

​Il femminismo contemporaneo: il problema degli estremismi

Ad oggi, le femministe sono sempre di più e sempre più consapevoli. Il femminismo non muore e la sua matrice è sempre l’uguaglianza e la lotta per i pari diritti. Ma subisce la sorte di tutto ciò che, dall’originaria trasgressione e la rottura di circoli viziosi, diviene popolare: viene in parte corrotto da estremismi che ne inquinano i principi.

Al punto che molte esponenti dei gruppi neofemministi vengono comunemente etichettate come nazifemministe, termine che spesso non è molto distante dalla realtà. Fermiamoci un momento ad analizzare la situazione attuale.

Se, da un lato, il femminismo ha parzialmente asservito il suo scopo di movimento di liberazione – parzialmente, perché di fatto sono ancora molte le battaglie da portare avanti – dall’altro è adesso ora di passare alla fase del controllo, poiché la libertà va sempre salvaguardata e difesa da eventuali ritorsioni o cambi di rotta. E questo vuol dire proteggersi tanto dalle minacce esterne quanto da quelle interne.

Disparità e diversità di trattamento sono ancora evidenti in molti ambiti – quello lavorativo in particolare – e questo non può essere ignorato. Ma, accanto alle grandi crociate, si affacciano adesso anche più piccole battaglie, sfrangiature che a volte rischiano di far perdere il controllo a una macchina così corazzata ed equipaggiata come è il femminismo odierno.

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​Le battaglie focali del neofemminismo

femministe oggi

Tra le battaglie più sentite ci sono quella contro la violenza domestica, la cultura del victim blaming, la disparità di salario e di carriera sul luogo di lavoro, oltre che quella per il diritto di scelta in caso di gravidanze indesiderate e l’abbattimento dello stigma nei confronti delle persone lgbtq.

A corolla di queste grandi imprese, ce ne sono altre il cui scopo è normalizzare i processi biologici tipici del sesso femminile, come ad esempio il riconoscimento del congedo mestruale per le donne con dismenorrea grave o l’abolizione della tampon tax, e una serie di battaglie sociali che puntano ad abbattere lo stigma imposto sul corpo delle donne che non rientrano nei canoni estetici di una società patriarcale, e che spesso causano gravi problemi di autostima.

Si tratta di interventi sociali che puntano a costruire un mondo finalmente equo, libero non solo da segregazione ma soprattutto da pregiudizi, perché non può esserci uguaglianza finché i pari diritti sono una concessione e non uno stato di fatto.

Dov’è, allora, il lato negativo? È, come dicevo sopra, nell’estremizzare le battaglie portando a prese di posizione non sempre giustificate.

Parlavo poco prima di femminismo radicale, di proteste volutamente trasgressive poiché nate in un periodo in cui, per poter costruire, era necessario in primo luogo fare tabula rasa di architetture sociali fatiscenti. Adesso è il momento di impiantare i pilastri di quella società equalitaria sognata il secolo scorso. È il momento di costruire, sempre con la consapevolezza che ci sono ancora ostacoli da spianare, ma lasciandosi guidare da una mentalità che guardi soprattutto al futuro, più che al passato.

Quello che spesso accade è invece una sorta di movimento opposto, un cercare ancora la rottura degli schemi laddove si avrebbe bisogno di andare avanti. È a seguito di questa visione intrinsecamente caotica che ci troviamo di fronte a fenomeni come la cancel culture e un politically correct talmente esasperato da aver azzoppato la macchina dell’ironia, della rappresentazione e della comicità.

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​Il problema della cancel culture: il punto di vista di Natalia Aspesi

La giornalista e femminista di lungo corso Natalia Aspesi ne ha parlato di recente senza risparmiarsi, mettendo in evidenza quanto il femminismo sia così profondamente cambiato da quando non c’era alcun diritto fino al mondo odierno.

La Aspesi ha sottolineato come molte battaglie del femminismo di oggi – ad esempio quella contro il catcalling o il body shaming – siano in ogni caso secondarie rispetto, ad esempio, a quella contro la disparità di salario. Ma soprattutto, come il neofemminismo pecchi di arroganza: le donne non sono più viste come esseri uguali, e quindi anche fallibili, ma le battaglie si basano sull’idea di aver ragione a priori. E questo non porta nulla di buono, in primis perché per mettere in discussione il sistema bisogna mettere prima di tutto in discussione se stesse, e in secondo luogo perché porta spesso all’offesa gratuita.

Queste sedicenti neofemministe non è che mi hanno criticata, hanno proprio chiesto la mia testa. Una volta si era più educati, non si insultava nessuno. Non sapevamo nemmeno come si faceva, non eravamo proprio abituati a insultare. C’era più solidarietà tra le donne, adesso le donne sono apparentemente solidali, ma in realtà si detestano. Fanno finta di essere tutte unite contro l’uomo cattivo, il patriarcato, poi quando lavorano insieme si detestano”.

E ancora:

Questo nuovo modo di essere femminista dipende dai tempi. Quando lo eravamo noi, le donne non avevano nulla, non avevano le leggi che le proteggevano e, se volevano sposarsi, dovevano essere vergini. Noi abbiamo tracciato un terreno di libertà e adesso le libertà sono molto modeste, ecco.

È un femminismo vittimistico perché non pensa mai di sbagliare. Ma anche noi donne commettiamo degli errori, non siamo perfette”.

La Aspesi si scaglia in particolare contro la suddetta cancel culture, una vera piaga che sta portando alla censura di prodotti del passato ritenuti offensivi verso talune categorie. Ecco allora che si grida allo scandalo perché Biancaneve, in quanto non conscia, non era consenziente al bacio del principe, perché un gay è stato definito frocio o perché l’eroina di una storia è troppo sexy e quindi necessariamente oggettificata.

È una cultura repressiva, ma come si può andare avanti se si cancella un passato da cui imparare? Molte opere sono figlie del proprio tempo: possono essere antiquate secondo i canoni contemporanei, ma è proprio in virtù di questo che esse rappresentano un ottimo valore di riferimento di ciò che non andrebbe fatto.

Questa è una cosa vergognosa di cui non voglio neanche parlare, perché cancellare la storia è sempre sbagliato. Cosa me ne frega che non si può dire ‘negri’ se poi di fatto non li paghi adeguatamente per il lavoro che fanno? Chiamali come vuoi, ma poi considerali degli esseri umani. Si dà troppa importanza alla parola. Poi, certo, dipende da come lo dici. Se io dico al mio amico omosessuale ‘frocio’, lui non si offende perché siamo amici ma, se lo dico a un ragazzetto con disprezzo, ha ragione ad offendersi. Dipende tutto dall’intenzione, dal contesto. La guerra alle parole non serve e purtroppo la si fa per ignoranza. L’ignoranza è pericolosa, ma io sono vecchia e non me ne importa nulla”.

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​Conclusioni: uno sguardo al futuro

Insomma, siamo in un’epoca nella quale c’è ancora molto lavoro da fare, ma dove fortunatamente possiamo guardarci indietro e vedere che qualche passo avanti lo abbiamo fatto. E, come spesso accade, andare avanti senza lasciarsi abbattere dalle critiche di gruppi estremisti è spesso la soluzione migliore, anche perché le parole, in un mondo dominato dalla comunicazione, spesso lasciano il tempo che trovano. O, per citare nuovamente la Aspesi:

Francamente mi sembra che si può ancora dire tutto. Se poi degli scemetti ti augurano la morte sui social, chi se ne frega. Tanto poi non ti ammazzano. Questi discorsi minimi mi hanno davvero stufata. Basta Biancaneve. Faccia la puttana e si diverta”.

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