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​La fotografia come specchio della felicità, l’impronta di Saul Leiter nella street photography

saul leiter photography
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Sarebbe dovuto essere un rabbino anziché un fotografo, ma l’amore per l’arte lo portò lontano dalla sua Pittsburg natale per studiare pittura a New York. Del resto, quando si parla di Saul Leiter – esponente rivoluzionario della cosiddetta New Color Photography – ogni aspetto della sua vita sembra esser dominato dalla contraddizione tra ciò che è stato e ciò che sarebbe dovuto essere.

E tuttavia il percorso di Leiter è stato un esempio di vita vissuta appieno dalla quale potremmo imparare molto.

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La fotografia come arte e non come mezzo per il successo

saul leiter street photography

Vale in primo luogo per il suo rapporto con la pellicola stessa: Saul Leiter era un uomo che rivoluzionava la fotografia classica riscrivendone le regole, ma senza mai rincorrere la fama, aspetto del quale non gli importò mai.

I lavori più innovativi, quelli con i quali si era avvicinato alla fotografia a colori riscoprendo un nuovo modo di raccontare la realtà attraverso l’obiettivo, furono dal fotografo gelosamente custoditi per moltissimo tempo, finché infine non si decise a condividerli con il mondo. La critica, di fatto, lo notò davvero solo verso la fine degli anni ‘80, nonostante decenni di esperienza come fotografo di moda, esposizioni personali e innumerevoli collaborazioni con esponenti di spicco dell’espressionismo astratto.

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​Saul Leiter: un animo sensibile attratto dalla bellezza

E, del resto, neanche gli si potrebbe attribuire un’etichetta di qualche tipo, se non quella di fotografo di strada, con tutte le generalizzazioni che ne conseguono.

Perché Leiter stesso non si confinava dentro un genere, in verità neanche si proclamava un fotografo: semplicemente aveva una macchina fotografica e scattava, definendo i suoi lavori frammenti di infinite possibilità. Come esponente della street photography, l’influenza pittorica derivata dalla sua formazione è evidente in ogni sua opera: nella particolarità delle inquadrature, nel non definito, nello sfocato come replica di imperfette pennellate anche sulla pellicola, ma soprattutto nella ricerca del colore.

Ed è anche questa una delle contraddizioni tipiche dell’arte di Leiter, che riusciva a ritrarre persino l’inverno metropolitano scoprendone gli aspetti più giocosi.

Più di ogni cosa, Leiter ritraeva la bellezza dell’esperienza umana trattandola con il rispetto che merita: filtrandola nelle storiche inquadrature sghembe – ma poi in effetti cosa vuol dire sghembo? – rubandola dietro i vetri appannati, quando è ancora odorosa di pioggia e si nasconde agli occhi di chi non muove lo sguardo oltre il velo delle mattine uggiose tra le caotiche strade di Manhattan.

Come egli stesso dichiarava:

“Devo ammettere che non sono un membro della scuola del brutto. Ho grande rispetto per certi aspetti della bellezza, anche se per alcuni si tratta di un concetto fuori moda. Ci sono dei fotografi che pensano che, fotografando la miseria umana, si stanno occupando di questioni serie. Ma io non penso che l’infelicità sia più profonda della felicità”.

​Un successo raggiunto lentamente

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La sua definitiva consacrazione arrivò nel 2006, con la pubblicazione del volume Saul Leiter: Early Color, a seguito del quale fu ufficialmente riconosciuto come rappresentante della New Color Photography e la sua sensibilità di uomo che andava oltre la facciata fu apprezzata in tutto il mondo.

Il successo che ne conseguì portò, nel 2012, al documentario In No Great Hurry – 13 Lessons in Life with Saul Leiter, diretto da Thomas Leich. Un successo del quale Leiter non godette a lungo, data la sua morte avvenuta nel 2013, alla veneranda età di 90 anni, dopo una vita trascorsa alla ricerca del bello.

Una vita affatto sprecata indipendentemente dalla notorietà tardiva, e questo pensiero, vale la pena ricordarlo, è di per sé una lezione, forse la più confortante.

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